la tessera 2020 dedicata a Leone Ginzburg

 

Leone Ginzburg (1909-1944)



 

Leone Ginzburg nasce a Odessa nel 1909 nella famiglia ebrea di Fëdor Nikolaevič e Vera Griliches. Con loro vive dal 1902 anche l’italiana Maria Segré: insegnante di francese, è sorella del padre naturale di Leone, Renzo, con il quale Vera ha avuto una relazione a Viareggio, dove i Ginzburg sono soliti trascorrere le vacanze estive. Allo scoppio della Grande guerra, la madre torna a Odessa con i figli maggiori, mentre Leone vive fino al ‘19 tra Roma e Viareggio, affidato alle cure di Maria, quasi una seconda madre. I Ginzburg, che pure hanno inizialmente sostenuto la Rivoluzione, nel ‘20 lasciano la Russia per Torino e poi Berlino (il padre vi ha avviato un’attività di import-export): qui Leone riapprende la lingua materna e frequenta la scuola russa. Quando coi famigliari rientra a Torino, viene iscritto al liceo D'Azeglio, sezione A: è in classe con Giorgio Agosti e Norberto Bobbio, ha come insegnanti gli antifascisti Zino Zini e Umberto Cosmo; nella B insegna Augusto Monti, intellettuale gobettiano, con cui il giovanissimo Ginzburg collabora nella gestione della biblioteca. Lettore onnivoro e poliglotta (russo, italiano, francese), frequentatore di teatri e concerti, si segnala per cultura e intransigenza etica, non disgiunte dal piacere delle compagnie, anche femminili. Così ricorda Bobbio: «La nostra classe, o per lo meno alcuni di noi, avevano acquistato una speciale sensibilità... per la presenza di un giovane precocissimo, che aveva, a quindici anni, quando entrò al D'Azeglio, tal vastità di cultura, tal maturità di giudizio e tal altezza di coscienza morale da suscitar meraviglia nei professori – e uno di quei professori [Monti] lo ha chiamato discepolo-maestro – e schietta ammirazione, senza invidia, nei compagni: parlo di Leone Ginzburg».

Delle due passioni di una vita intensa terminata prima dei 35 anni, «pensare i libri» e «far la politica», la prima è davvero precoce. Nel 1927, l’anno della Maturità, termina la traduzione del Taras Bul’ba di Gogol e avvia quelle di Anna Karenina e Sonata a Kreutzer di Tolstoj, cui seguono Nido di nobili di Turgenev e La donna di picche di Puškin. L’attenzione alla traduzione «come scelta di lingua, di accuratezza nella versione del testo, di innesto vero e proprio di culture diverse in quella italiana» (L. Mangoni) è in lui anche prosecuzione dell’europeismo gobettiano. Scrive diciannovenne nel 1928: «La nostra cultura è europea e dipende più che dalle contingenze interne e variabili dei popoli, dal comune clima intellettuale in cui vivono involontariamente i creatori, i poeti», russi inclusi. Inizialmente iscritto a Giurisprudenza, si laurea in Lettere nel ‘31 con una tesi su Maupassant: ne segue una borsa di studio con cui nel ‘32 si reca a Parigi. Frequenta l'ambiente dei fuorusciti, conosce Carlo Rosselli e Salvemini, incontra l’amato Croce: all’“intransigenza culturale”, decide di affiancare quella politica. Tornato a Torino entra nel movimento antifascista di Giustizia e Libertà e collabora ai suoi Quaderni, firmando con la sigla M.S., in omaggio alla Segré: il «far la politica» segna ormai radicalmente la sua vita.

Cittadino italiano nel ‘31, come desiderava, alla fine del ‘32 ottiene la libera docenza in letteratura russa e tiene un corso su Puškin. Quando il regime chiede il giuramento di fedeltà anche ai liberi docenti, rifiuta, rinunciando subito e definitivamente a un’attività accademica che pur gli si prospettava brillante. Alla fine del ‘33 condivide con Giulio Einaudi, figlio del senatore Luigi, la decisione di registrare il marchio dello Struzzo, mentre insegna alle Magistrali. Ma nel 1934 è arrestato con altri e condannato dal Tribunale speciale. Sconta due anni nel carcere di Civitavecchia, dove tra l’altro rivede per Treves una traduzione della Storia della rivoluzione russa di Trockij, su cui già aveva scritto Trockij storico della rivoluzione. Al ritorno a Torino Einaudi gli offre uno stipendio di 600 lire mensili: sposa Natalia Levi (dal matrimonio nasceranno Carlo, Andrea e poi Alessandra), che così nel 1988 ricostruisce quegli anni: «La casa editrice è stata creata e ideata da Leone Ginzburg… Agli inizi era Leone solo, forse un anno dopo anche a Pavese è stato offerto uno stipendio fisso. Eravamo in quattro: io come ospite (non richiesto e casuale), Einaudi come editore, Leone e Pavese. Leone sapeva tutto sulla narrativa tedesca francese e russa; Pavese sapeva tutto sulla narrativa inglese e americana; e l’uno e l’altro avevano la religione delle traduzioni… e così è nata la collana dei Narratori Stranieri… Uscirono poi, fra il ‘37 e il ‘38, i primi volumi della collana dei Saggi… e in pochi mesi quella piccola casa editrice squattrinata divenne famosa: e la gente vide in essa un segno che l’Italia si risvegliava. Recentemente Einaudi ha detto che Leone Ginzburg era stato il padre della casa editrice… ne è stato il pensiero e l’anima, anche dal confino, e per molto tempo anche dopo che era morto».

Sia nel 1933-34 che tra il ‘36 e il ‘40, il suo lavoro editoriale è instancabile: dalla progettazione delle collane alla revisione delle traduzioni, dall’attenzione costante per gli aspetti grafici e tipografici alla cura degli autori (un esempio fra i tanti, la corrispondenza con Montale per la pubblicazione delle Occasioni nel 1938-39. Il poeta, incerto lui stesso tra due varianti di un verso, si rimette a Ginzburg per la decisione: «scegli te» gli scrive). Dal 1940, all'entrata in guerra dell'Italia, è confinato a Pizzoli (L'Aquila), dove lo raggiungono la moglie e i due figli. Rivede la sua traduzione di Guerra e pace, scrive prefazioni per la già tradotta Sonata a Kreutzer, per La figlia del capitano di Puškin e diversi romanzi di Dostoevskij (Il giocatore, L'idiota, Memorie del sottosuolo, I demoni). Attraverso cartoline postali in cui, per superare la censura, si finge un comune lettore, polemizza con Einaudi quando gli sembra che per la fretta si trascuri la qualità editoriale di un libro.

Caduto il Fascismo, il 26 luglio 1943 Ginzburg lascia Pizzoli e riprende contatto a Roma con il Partito d'Azione, erede di Giustizia e Libertà. Il 27 agosto è a Milano per una riunione con Colorni e Spinelli: all’ordine del giorno, gli Stati Uniti d'Europa. Partecipa a Firenze al congresso clandestino del partito, presenti Parri, Lussu, Lombardi, Bauer ed Enriques-Agnoletti, che gli affidano, dopo l'8 settembre, la direzione del giornale clandestino Italia libera, nella cui redazione è arrestato e condotto a Regina Coeli il 20 novembre. Trasferito al braccio controllato dai Tedeschi, è torturato. Sandro Pertini, detenuto con lui, ricorda di avergli sentito dire, sanguinante: «Guai a noi se domani…nella nostra condanna investiremo tutto il popolo tedesco. Dobbiamo distinguere tra popolo e nazisti». Il 4 febbraio sta molto male e scrive un'ultima lettera a Natalia, che si può leggere in Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. La mattina del 5 febbraio è trovato morto.