la tessera 2014 dedicata a Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti, secondo di sette figli (quattro dei quali morti di tisi in tenera età), nasce a Fratta Polesine nel 1885. Il nonno era stato calderaio. Il padre, tra l’altro consigliere comunale socialista, sviluppa un fiorente commercio di ferro e rame, raggiungendo una solida posizione economica, che gli consente di far studiare i figli. Giacomo si laurea in Giurisprudenza a Bologna nel 1907 e ben presto si avvicina alla politica, nel solco paterno. Il giovane Matteotti è in prima fila nel sostenere le lotte bracciantili e apprezzato amministratore locale. Convinto antimilitarista, si schiera contro la guerra di Libia. Durante la Grande guerra, in cui non viene arruolato in quanto unico figlio superstite di madre vedova, è attivamente neutralista e perciò condannato a tre anni di confino presso Messina. Nel 1916 sposa col solo rito civile la poetessa Velia Titta e nel ‘18 nasce a Roma il figlio Giancarlo (cui seguiranno Matteo e Isabella).

Nel dopoguerra emerge come una delle personalità rilevanti del socialismo riformista italiano, da subito tra i più lucidi e decisi oppositori del nascente fascismo. Eletto deputato di Ferrara-Rovigo nel ‘19 e nel ‘21, ben prima della marcia su Roma denuncia lo squadrismo finanziato dagli agrari nell’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia. Dalla fine del 1922 è segretario del Partito socialista unitario, che riunisce i riformisti allontanati dalla maggioranza massimalista del Psi, da cui già si era staccato nel gennaio del 1921 il Partito Comunista d’Italia. Nel 1923 pubblica Un anno di dominazione fascista. Nel luglio dello stesso anno, durante il primo governo Mussolini (voluto da re, agrari e industriali, sostenuto da nazionalisti e ampi settori liberali), l’antifascista Don Sturzo, su pressione del Vaticano, si dimette da segretario del Partito popolare: ne segue presto la benevola astensione dei deputati del Ppi sulla nuova legge elettorale Acerbo (a cui Sturzo si era sempre opposto), che elimina il proporzionale e assicura, a chi raggiunga il 25% dei votanti, il 65% degli eletti.

Matteotti esprime la sua profonda preoccupazione in una lettera a Turati precedente le elezioni del 1924: «È necessario prendere, rispetto alla dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fin qui; la nostra resistenza al regime dell'arbitrio deve essere più attiva, non bisogna cedere su nessun punto (...) Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all'Italia un regime di legalità e libertà». I risultati del 6 aprile consegnano al listone di Mussolini la grande maggioranza dei seggi alla Camera,dopo una campagna elettorale caratterizzata da intimidazioni, violenze, brogli, che Matteotti, rieletto per la terza volta, denuncia con grande fermezza nella seduta del 30 maggio. «Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni», dice Matteotti. E rivolto ai vocianti parlamentari fascisti: «Per vostra stessa conferma nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà... Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza». Al termine si rivolge ai compagni di partito: «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me».

 
Il 10 giugno Matteotti è rapito e brutalmente assassinato da un gruppo di squadristi, direttamente collegati ad alti gerarchi del fascismo. Seppellito in un bosco nelle vicinanze di Roma, viene ritrovato due mesi dopo. Nonostante l’ondata di sdegno, che coinvolge anche strati moderati e conservatori, le forze antifasciste si dimostrano incapaci e divise. Mussolini, ricevuta la fiducia al Senato il 25 giugno (col voto favorevole dei liberali, proposto da Croce), approfitta della scelta delle opposizioni di disertare la Camera (“Aventino”) per varare i decreti contro la libertà di stampa, giungendo più forte che mai alla seduta del 3 gennaio 1925, nella quale così si esprime: «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (…) Se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere».

Piero Gobetti fu tra i pochi a cogliere subito che il fascismo aveva individuato «in Matteotti l’avversario vero, l’oppositore più intelligente e più irreducibile tra i socialisti unitari, il più giovane d’anni e d’animo. (…) Nulla di fortuito dunque nel suo assassinio». Nello stesso articolo (17 giugno 1924), ne descrive le qualità essenziali in questi termini: assenza di ogni demagogia, competenza in materia economica, capacità organizzativa, energia, determinazione. Ben più pericolosa di tanti proclami massimalistici e rivoluzionari si era rivelata per il fascismo l’assoluta intransigenza del riformista Matteotti.