la tessera 2011 dedicata a Piero e Ada Gobetti

Piero Gobetti nasce a Torino nel 1901. I genitori gestiscono una piccola drogheria, i nonni erano contadini. Ingegno precocissimo, ottimi studi, si laurea con una tesi sulla filosofia politica di Alfieri. Ancora liceale aveva diretto la rivista Energie Nove, interrotta per dar vita a La Rivoluzione Liberale (1922-25), in cui si riconobbero molti giovani (Carlo Levi, Giacomo Debenedetti, Ernesto Rossi, Camillo Berneri, Carlo Rosselli, Riccardo Bauer, Natalino Sapegno, Eugenio Montale, Adriano Olivetti, Lelio Basso ecc.), riscuotendo anche la stima e la solidarietà di politici e studiosi più che affermati (Salvemini e Croce, Pareto, Amendola, Einaudi, Salvatorelli, Prezzolini ecc.). Accanto alla rivista, la casa editrice, che inalbera il motto greco e alfieriano: “Che ho a che fare con gli schiavi?” Con la vocazione pedagogica, Gobetti aveva “la virtù tutta sua di attrarre gli spiriti più diversi e ottenere da loro il lavoro a cui fossero portati, traendo da ciascuno quel che poteva dare di meglio” (Mario Fubini). E ancora, un fervore organizzativo e una capacità di lavoro straordinari. Da suoi appunti pubblicati postumi: “Ho in mente una mia figura ideale di editore. Mi ci consolo, la sera dei giorni più tumultuosi… dopo aver scritto 10 lettere e 20 cartoline, rivedute le terze bozze del libro di Tilgher o di Nitti, preparati gli annunci editoriali per il libraio, la circolare per il pubblico, le inserzioni per le riviste, litigato col proto che mi ha messo un errore nuovo dopo 3 correzioni, mandato via rassegnato dopo 40 minuti di discussione il tipografo che chiedeva 10 lire di aumento per foglio, senza concederglielo; aiutato il facchino a scaricare le casse di libri quando ci sono solo più io ad aspettarlo, schiodata io stesso la prima cassa per vedere i primi esemplari e soffrire io solo del foglio che è sbiancato in una copia, e consolarmi che tutto il resto va bene… ricevute 20 telefonate, 10 facce nuove che vengono con le proposte più bislacche… e bisogna sentire, scrutarle, scegliere il giovane da aiutare e il presuntuoso da mettere subito alla porta”. Giuseppe Gangale lo ricorda “che veniva qui a Roma in terza classe, frettoloso, arruffato, con la grossa valigia carica dei suoi libri e dei suoi giornali che egli stesso distribuiva ai librai e collocava dai giornalai”. Nel 1923 sposa Ada Prospero, conosciuta negli anni di liceo, fedele compagna, ispiratrice, collaboratrice, che ne continuerà le battaglie, facendo della sua casa una scuola di antifascismo, fino alla Resistenza (di cui lascerà testimonianza in Diario partigiano, 1956). Nel 1925 nasce il loro figlio Paolo.


Poco più che adolescente, Gobetti aveva salutato con entusiasmo la rivoluzione russa, i consigli di fabbrica e l’occupazione della Fiat (1920): “Qui siamo in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che costruiscono un ordine nuovo. Non sento in me la forza di seguirli nell’opera loro, almeno per ora. Ma mi pare di vedere che a poco a poco si chiarisca e si imposti la più grande battaglia del secolo. Allora il mio posto sarà dalla parte di chi ha più religiosità e spirito di sacrificio”. Collabora a L’Ordine Nuovo, con interventi politici e soprattutto come critico teatrale, senza alcuna concessione divulgativa, rivolgendosi cioè al lettore operaio come a un intellettuale. Dirà di lui Gramsci: “Piero Gobetti non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato… Egli scavò una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali più onesti e sinceri che nel 1919-20 sentirono che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia”. Del fascismo capisce subito il tatticismo opportunistico e il quasi fatale successo: “Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi”. Il fascismo è “l’autobiografia della nazione”. Prevede lucidamente che è destinato a durare, ma non per questo rinuncia a un’opposizione sempre più intransigente. Il compito è “salvare il futuro” delle giovani generazioni. Il suo antifascismo, prima ancora che scelta politica, è qualcosa di “fisiologicamente innato”, un’“irreducibile questione di principio”, di “istinto”, di “dignità”, di “stile”. Pochi giorni dopo la formazione del primo governo Mussolini, scrive: “Dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano”. Ciò che avviene puntualmente, con perquisizioni, sequestri, fino alla selvaggia aggressione del settembre ‘24 (tre mesi prima un telegramma del Duce ordinava al Prefetto di Torino: “rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo”). Soppressa La Rivoluzione Liberale, fonda Il Baretti, d’indirizzo più letterario, a cui collaboreranno giovanissimi Leone Ginzburg e Massimo Mila. Deciso a continuare la sua attività di scrittore e editore, che gli è inibita in patria, Gobetti va esule a Parigi, dove muore il 15 febbraio 1926.